Senza vera contrizione e quindi senza proposito di non peccare più, l'assoluzione sacramentale è nulla e il penitente rimane nei suoi peccati.

Se manca la contrizione, e quindi il proposito di non più peccare, nel penitente, l' assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi!

 

Autore: don Tullio Rotondo

Sacerdote Cattolico

Dottore in Sacra Teologia

 

 

Questo libro vuole aiutare tutti a capire che, senza la contrizione del penitente, l'assoluzione sacramentale è invalida e i peccati restano non rimessi, sulla scia di questa verità fondamentale questo testo vuole mettere in evidenza che i 10 comandamenti obbligano i cristiani e l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli e che la Comunione Eucaristica va fatta in grazia di Dio, ricevere l'Eucaristia stando in peccato grave è un vero e proprio sacrilegio. Si noti , questo libro non presenta che testi del Magistero, della Commissione Teologica Internazionale e di qualche altro organo della Santa Sede, del card. Muller ,che fino a poche settimane fa era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nonché di s. Alfonso e di eminenti moralisti . Di mio non c'è praticamente nulla. Tutto sia a gloria di Dio che è Verità.

Per completezza ho riportato anche le note dei testi di altri autori che presento, e se in alcuni casi ho messo tra parentesi i testi da essi citati in altri ho lasciato, tra parentesi, il numero della nota di tali testi. Preciso anche che il testo del famoso Catechismo Romano è tradotto in italiano con il nome di Catechismo Tridentino, si veda questo sito http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , normalmente le mie citazioni di tale Catechismo sono tratte da questo testo in italiano e dai numeri che esso riporta, in qualche raro caso riportando le note di testi della Santa Sede le citazioni vengono tratte dal Catechismo Romano in latino con la divisione che esso riporta.

 

Indice

1) Fondamenti biblici della dottrina cattolica circa la contrizione. Pag. 2

2) La dottrina cattolica afferma chiaramente che la contrizione è elemento essenziale della Confessione. Pag.8

3)L’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio; i 10 comandamenti obbligano e l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli. Pag. 16

4) Le parti essenziali della contrizione e le loro caratteristiche . Pag. 19

a) Gli elementi essenziali della contrizione. Pag. 19

b) Le qualità della contrizione e il primo elemento essenziale della contrizione: l'odio, la detestazione del peccato. Pag. 22

c)Il secondo elemento essenziale della contrizione: il dolore per i peccati commessi. Pag. 26

d)Il terzo elemento essenziale della contrizione: il proposito di non peccare più in avvenire. Pag.30

5) Se manca la contrizione, nel penitente, l' assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi! Pag. 38

6) La Confessione fatta, consapevolmente, senza contrizione è invalida e sacrilega. Ricevere l'Eucaristia, consapevolmente, stando in peccato grave è sacrilegio. Pag. 40

7) Contrizione come atto di carità e come partecipazione all'espiazione di Cristo. Pag. 45

8) Approfondimenti. Pag. 49

a) Sacramento della Penitenza, parti costitutive di esso e in particolare la contrizione nel Catechismo del Concilio di Trento. Pag. 49

b) La contrizione, la sua necessità e le sue caratteristiche nel Catechismo Maggiore di s. Pio X. Pag. 55

c)La contrizione nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Pag. 59

d)La necessità della contrizione nella Confessione secondo le affermazioni di un documento della CTI su questo tema e della Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Reconciliatio et Paenitentia”. Pag. 62

e) La contrizione come parte della Confessione sacramentale secondo il “Rito della Penitenza” e secondo un recente documento della Santa Sede circa la Confessione. Pag. 66

8)Ciò che neppure il Papa può fare. Pag. 69

Conclusione

 

1) Fondamenti biblici della dottrina cattolica circa la contrizione.

 

Nel documento della Commissione Teologica Internazione “La riconciliazione e la penitenza” del 1982 ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html ), al punto B, I, 1 leggiamo “ Il messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento, che supera ampiamente ogni attesa dell’uomo, è fondamentalmente teocentrico. Il suo contenuto è che siano rivelati l’essere-Dio di Dio e la sua gloria, che venga il Regno, che la sua volontà si compia e che il suo nome sia glorificato (Mt 6, 9 s.; Lc. 11, 2). A ciò corrisponde l’inizio del Decalogo: « Io sono il Signore, Dio tuo... » (Es 20,2; Dt. 5,6). L’esigenza del dono totale di sé a Dio e al prossimo raggiunge in Gesù un’elevatezza e una profondità di contenuto e anche una veemenza che superano perfino quelle dell’Antico Testamento (cf. Mc 12, 29-31). Il peccato, al contrario, è l’atteggiamento e l’azione dell’uomo che non riconosce Dio e il suo Regno. Perciò nella Sacra Scrittura esso viene descritto come disobbedienza, idolatria e assolutizzazione dell’autonomia dell’uomo nella sua pretesa all’autosufficienza. Così, allontanandosi da Dio e volgendosi disordinatamente verso le grandezze create, l’uomo non raggiunge in fin dei conti la verità del suo essere creato; aliena se stesso (cf Rm 1, 21 ss.). Rivolgendosi di nuovo, mediante la conversione, a Dio suo principio e fine, l’uomo ritrova con ciò stesso il senso della propria esistenza.” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html )

Questa conversione non è da intendersi in modo individualistico ….  “Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, sia il peccato sia la conversione dell’uomo non s’intendono in modo puramente individualistico. Al contrario, proprio nei profeti dell’Antico Testamento Dio condanna, in nome dell’Alleanza, i peccati contro la giustizia sociale. L’Antico e il Nuovo Testamento considerano l’uomo come inserito nella solidarietà del popolo e di tutta l’umanità (cf. Gn 3; Rm 5), vale a dire nella solidarietà del nuovo popolo di Dio.” ( ibidem. B, I, 3)

L' uomo è inserito nella solidarietà del popolo… ed ha una responsabilità personale “D’altro canto, già i profeti del VII e VI secolo a.C. scoprono la responsabilità personale d’ogni uomo. Infine la conversione a Gesù Cristo invita l’individuo a liberarsi dai propri affetti nazionali e l’introduce nel nuovo popolo di Dio che abbraccia tutti i popoli.” La responsabilità personale è la capacità di rispondere delle proprie azioni davanti ad un giudizio, al giudizio di Dio, ed è capacità di rispondere alla chiamata che Dio fa all'uomo, chiamata alla salvezza e alla santità dice a questo riguardo il testo della CTI : “E più in particolare la grazia della conversione domanda dall’uomo una triplice risposta. In primo luogo è necessario un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi. La conversione e la penitenza costituiscono un’opzione fondamentale (cf. infra C, III, 3-4) della persona orientata verso Dio, come pure una rinuncia totale al peccato. In secondo luogo, vediamo già Geremia aspettarsi dal peccatore una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento « dinanzi al Signore » (Ger 36, 5-7). Parimente per Gesù una fede che fa credito con generosità (cf. Mc 1, 15), una confessione traboccante di pentimento e una domanda di perdono (Lc 11, 4; cf. 18, 10-14) costituiscono un avvio di conversione e l’inizio d’una svolta nella vita. Infine la penitenza deve esprimersi in un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori. Tal esigenza comporta innanzitutto la pratica della giustizia e la disposizione a perdonare al prossimo (cf. Mt 18, 21)s. e 23-35; Lc 17, 4). ”( ibidem. B, I, 3) La grazia della conversione chiede dunque una risposta fondamentalmente triplice: anzitutto un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi, cioè l'accoglienza dello Spirito Santo e della sua guida, con la rinuncia totale al peccato; una fede che fa credito con generosità (cf. Mc 1, 15), una confessione traboccante di pentimento e una domanda di perdono (Lc 11, 4; cf. 18, 10-14); infine un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori con, in particolare, la pratica della giustizia e la disposizione a perdonare al prossimo (cf. Mt 18, 21)s. e 23-35; Lc 17, 4). Questa triplice fondamentale risposta è sintetizzata precisamente negli atti del penitente nel Sacramento della penitenza, indicati dal testo della Commissione Teologica laddove afferma: “ .. vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio)” (ibidem B. IV a, 1) .. più profondamente possiamo dire che la penitenza cristiana è la risposta alla chiamata che Dio fa a partecipare alla vita, alla sofferenza e alla morte di Cristo :“La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta [6]. La penitenza cristiana trova il proprio fondamento nel battesimo, sacramento della conversione per la remissione dei peccati (At 2, 38) e sacramento della fede; essa deve determinare l’intera vita del cristiano (cf. Rm 6, 3 ss.). Perciò la penitenza cristiana non può esser compresa in primo luogo e unicamente sotto il profilo etico e ascetico, ma dev’esserlo secondo una concezione fondamentalmente sacramentale, come il dono fatto da Dio d’un essere nuovo, che spinge di conseguenza a un agire etico ascetico. La penitenza non può esercitarsi solo in atti isolati e particolari, ma deve segnare con la propria impronta l’intera esistenza cristiana ... In fin dei conti, non bisogna sminuire la penitenza concependola in maniera individualistica; occorre piuttosto concepirla nel quadro della sequela di Gesù ...” ( ibidem B, II, 3)

La forma fondamentale della penitenza le viene dall'obbligo di camminare al seguito del Crocifisso:

“l’obbligo di camminare al seguito di Gesù crocifisso, fondato nel nostro battesimo (cf. Rm 6, 3 ss.), conferisce alla penitenza la sua forma fondamentale.” ( ibidem. B, II, 1)

Cristo chiamava e chiama gli uomini alla conversione, come dice chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica (http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM ) al n. 1427: “Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell'annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo (At 2,38) che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.” Quello che abbiamo detto più sopra sulla conversione e la penitenza, ci aiuta a capire che tale chiamata di Cristo, e di Dio in Cristo, alla conversione è chiamata a partecipare alla sua vita , alla sua sofferenza e alla sua morte … e alla sua Risurrezione. Il luogo primario della conversione è il Battesimo, come si legge chiaramente nel testo degli Atti degli Apostoli “E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.”(Atti 2,38) … La parola di Pietro in questo caso è parola di Dio; Dio chiama i lontani alla conversione e al Battesimo e chiama i battezzati peccatori alla conversione e al Sacramento della Confessione .... perciò il Catechismo afferma al n. 1428:“Ora, l'appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani ...Questo sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito » (Sal 51,19) attirato e mosso dalla grazia (Cf Gv 6,44; 12,32.) a rispondere all'amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.(1 Gv 4,10). Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d'infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento(Cf Lc 22,61-62) e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.(Cf Gv 21,15-17). La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell'appello del Signore ad un'intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16).” La figura biblica di s. Pietro che si converte dopo aver tradito Cristo è di straordinaria luminosità e importanza in ordine alla contrizione perciò è posta così in evidenza nel Catechismo. Aiutandoci anche ad entrare in tale conversione del Principe degli Apostoli, il Catechismo prosegue il discorso sulla penitenza affermando al n. 1430 :“Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all'espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.(Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18)”. … si tratta essenzialmente, come detto sopra, di accogliere la grazia della conversione cioè di accogliere lo Spirito Santo che ci dona il suo giudizio sul peccato e ci dona il ripudio radicale del peccato e la carità , di particolare importanza a questo riguardo sono le parole che troviamo nel Vangelo di Giovanni al cap. 16, 7ss “ Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.”

S. Giovanni Paolo II sviluppa una amplissima esegesi di queste parole nella enciclica “Dominum et Vivificantem” ( http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html ), che riveste una particolare importanza per noi, ai nn. 31-32 che io riporto solo per sommi capi “Ciò viene sottolineato già in questo primo discorso, quando Pietro esclama: «Sappia, dunque, con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù, che voi avete crocifisso». E in seguito, quando i presenti domandano a Pietro e agli apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», ecco la risposta: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo». In questo modo il «convincere quanto al peccato» diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito Santo. Pietro nel suo discorso di Gerusalemme esorta alla conversione, come Gesù esortava i suoi ascoltatori all'inizio della sua attività messianica. La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: «Ricevete lo Spirito Santo». Così in questo «convincere quanto al peccato» scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. …. Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo - e anche ogni peccato dell'uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell'uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l'oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «O felix culpa!», nell'annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell'«Exsultet!».

32. Di questa verità ineffabile, però, nessuno può «convincere il mondo», l'uomo, l'umana coscienza, se non egli stesso, lo Spirito di verità. Egli è lo Spirito, che «scruta le profondità di Dio». Di fronte al mistero del peccato bisogna scrutare «le profondità di Dio» fino in fondo. Non basta scrutare la coscienza umana, quale intimo mistero dell'uomo, ma bisogna penetrare nell'intimo mistero di Dio, in quelle «profondità di Dio» che si riassumono nella sintesi: al Padre - nel Figlio - per mezzo dello Spirito Santo. È proprio lo Spirito Santo che le «scruta», e da esse trae la risposta di Dio al peccato dell'uomo. Con questa risposta si chiude il procedimento del «convincere quanto al peccato», come mette in evidenza l'evento della Pentecoste. Convincendo il «mondo» del peccato del Golgota, della morte dell'Agnello innocente, come avviene nel giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo convince anche di ogni peccato commesso in ogni luogo ed in qualsiasi momento nella storia dell'uomo: egli dimostra, infatti il suo rapporto con la Croce di Cristo. Il «convincere» è la dimostrazione del male del peccato, di ogni peccato, in relazione alla Croce di Cristo. Il peccato, mostrato in questa relazione, viene riconosciuto nell'intera dimensione del male, che gli è propria, per il «mistero dell'iniquità» , che in se contiene e nasconde. L'uomo non conosce questa dimensione - non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. Perciò, non può essere «convinto» di essa se non dallo Spirito Santo: Spirito di verità, ma anche consolatore. Infatti, il peccato, mostrato in relazione alla Croce di Cristo, nello stesso tempo viene identificato nella piena dimensione del «mistero della pietà», come ha indicato l'Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia. Anche questa dimensione del peccato l'uomo non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. E anche di essa egli non può essere «convinto» se non dallo Spirito Santo: da colui che «scruta le profondità di Dio».” Al n. 45 della stessa enciclica ( http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html ) il s. Pontefice polacco ci dona forse l'esegesi più profonda e l'interpretazione più decisiva per noi delle parole di Gv. 16 :“ 45. Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s'incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l'amore nel cuore stesso dell'uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l'uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un'eco lontana di quel «pentimento di aver creato l'uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell'eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell'obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l'uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant'Agostino sul mistero dell'uomo, commentando le parole del Salmo: «L'abisso chiama l'abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell'uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo «viene» in forza della «dipartita» di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, «il sangue di Cristo... purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente». Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come «un altro consolatore», le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica continuando tale esegesi di Gv. 16,7 ss e collegandosi ad Atti 2,36ss afferma al n. 1433 “Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,(Cf Gv 16,8-9.) cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore (Cf Gv 15,26.) che dona al cuore dell'uomo la grazia del pentimento e della conversione.(Cf At 2,36-38; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 27-48: AAS 78 (1986) 837-868.)”

Il testo di Atti 2, 38 è il seguente “Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.” Lo Spirito Santo trafigge i cuori con la santa contrizione realizzando in essi, con la loro collaborazione, la vera conversione.

La Sacra Scrittura rettamente interpretata dalla Chiesa ci fa capire chiaramente che la vera conversione è un dono di Dio che si compie sotto l'azione, in particolare, dello Spirito Santo. Nel libro del profeta Ezechiele leggiamo “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme.” (Ez. 36,26s). Queste parole ci dicono appunto che la conversione si compie sotto l'azione di Dio; nella conversione il Signore ci dona un cuore nuovo e ci fa ritornare a Lui nella grazia come spiega molto bene il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1431: “ Il cuore dell'uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all'uomo un cuore nuovo.(Cf Ez 36,26-27) La conversione è anzitutto un'opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell'amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall'orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.(Cf Gv 19,37; Zc 12,10.) « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».( San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110 (Funk 1, 108).) … Nella nostra conversione si compie il nostro ritorno a Dio; Dio ci fa ritornare a sé … cioè Dio fa ritornare a sé i suoi “figli prodighi”.

Sotto l'azione dello Spirito Santo e con la nostra collaborazione, guardando al Cristo trafitto per noi, come s. Pietro, si attua la conversione del cuore, la penitenza interiore, con un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione per il male insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse, con il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia e con una salutare afflizione dello spirito, come afferma il Catechismo afferma al n. 1431 : “La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] » (Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289.) Ancora più stringatamente e sinteticamente il Concilio di Trento afferma che la contrizione:“Essa è « il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».”( Concilio di Trento, Sess. 14A, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676) Con queste sintetiche parole e precise parole ci pare che il Catechismo ma ancora di più il Concilio di Trento delineino in modo preciso le caratteristiche della vera conversione e ci permetta di entrare, in certo modo, nel mistero della conversione di s. Pietro, di s. Paolo e di tutti gli altri convertiti della storia. Sotto l'azione dello Spirito Santo, e con la loro collaborazione, nei cuori di questi uomini si sono realizzate queste meraviglie della Redenzione che da peccatori li ha resi giusti, cioè li ha giustificati. A una conversione con queste caratteristiche Dio chiama tutti i suoi “figli prodighi”, ad essa appunto si riferiva Cristo parlando, nella parabola detta appunto del figliol prodigo, del ritorno di quest'ultimo al Padre misericordioso. (Lc 15,11-24). Leggiamo questo testo così illuminante proprio riguardo alla vera conversione e quindi alla vera contrizione:

“Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»». La parabola in questione racconta quindi la storia della vera conversione di ogni vero convertito, il ritorno del figlio prodigo è la sua conversione che si compie, come dicemmo, sotto l'azione dello Spirito Santo e con la collaborazione della persona stessa e che ha le caratteristiche già sopra indicate e fissate mirabilmente dal Concilio di Trento con le seguenti parole: “Essa è « il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».”( Concilio di Trento, Sess. 14A, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676) … in ogni “figlio prodigo” che veramente torna alla “casa paterna” si attua, sotto l'azione dello Spirito Santo, e quindi con la conversione del penitente, un dolore profondo per il peccato commesso, la riprovazione radicale del peccato commesso e il proposito di non peccare più in avvenire. S. Giovanni Paolo II affermò, commentando questa parabola:“Infine il terzo momento: il ritorno. Il ritorno si svolgerà come ne parla Cristo nella parabola. Il Padre aspetta e dimentica ogni male commesso dal figlio, e non prende più in considerazione tutto lo sperpero di cui il figlio è colpevole. Per il Padre rimane importante una sola cosa: che il figlio sia stato ritrovato; che non abbia perso fino in fondo la propria umanità; che, nonostante tutto, rechi in sé il risoluto proposito di vivere di nuovo come figlio, proprio in virtù dell’acquisita coscienza dell’indegnità e della colpa.

Padre ho peccato... non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21). 4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio. Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione.” (Omelia 16.3.1980, Parrocchia s. Ignazio martire, Roma http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19800316_visita-parrocchia.html ). Va sottolineato che è Dio che ci fa “ritornare” a Dio:« Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21), Dio e in particolare lo Spirito Santo ci fa ritornare alla vita divina, a Dio stesso.

Questa parabola del figlio prodigo mette altresì in luce il dinamismo della conversione, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1439 “Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è “il padre misericordioso” (Lc 15,11-24), il fascino di una libertà illusoria, l'abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l'umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l'accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L'abito bello, l'anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell'uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell'amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l'abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza.”

All' accoglienza dello Spirito Santo e alla loro collaborazione con Lui, che si trova nei veri convertiti, cioè alla contrizione si contrappone in particolare il peccato contro lo Spirito Santo di cui parla il Vangelo (Mt. 12, 32, Luca 12,10 ) dice s. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem”, al n. 46 : “«Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato».

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d'Aquino che si tratta di un peccato: «irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati». Secondo una tale esegesi la «bestemmia» non consiste propriamente nell'offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all'uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l'uomo rifiuta quel «convincere quanto al peccato», che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la «venuta» del consolatore - quella «venuta» che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che «purifica la coscienza dalle opere morte». Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle «opere morte», nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l'intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa «non-remissione» è legata, come a sua causa, alla «non penitenza», cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono «sempre» aperte nell'economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo.”







2) La dottrina cattolica afferma chiaramente che la contrizione è elemento essenziale della Confessione.

 

Sulla base della dottrina cattolica, per tutti coloro che vogliono ricevere la assoluzione è necessario detestare il peccato, è necessario dolersi dei peccati fatti e proporsi di non peccare più, come diciamo chiaramente nell'Atto di dolore: Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

Il Concilio di Trento infatti afferma: “Sono quasi materia di questo sacramento gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. E poiché questi si richiedono, nel penitente, per istituzione divina, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.” (Concilio di Trento, Sessione XIV, 25 novembre 1551, Dottrina dei santissimi sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione., cap. 3, Denz.-Hün. 1673); ulteriormente lo stesso Concilio afferma :

Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: 'Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum' (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: 'Tibi soli peccavi, et malum coram te feci' (Ps 50, 6); 'Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum' (Ps 6, 7); 'Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae' (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse. 1677 898 Docet praeterea, etsi contritionem hanc aliquando caritate perfectam esse contingat hominemque Deo reconciliare, priusquam hoc sacramentum actu suscipiatur, ipsam nihilominus reconciliationem ipsi contritioni sine sacramenti voto, quod in illa includitur, non esse adscribendam.

Illam vero contritionem imperfectam (can. 5), quae attritio dicitur, quoniam vel ex turpitudinis peccati consideratione vel ex gehennae et poenarum metu communiter concipitur, si voluntatem peccandi excludat cum spe veniae, declarat non solum non facere hominem hypocritam et magis peccatorem (cf. DS 1456), verum etiam donum Dei esse et Spiritus Sancti impulsum, non adhuc quidem inhabitantis, sed tantum moventis, quo paenitens adiutus viam sibi ad iustitiam parat. Et quamvis sine sacramento paenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento paenitentiae impetrandam disponit. Hoc enim timore utiliter concussi Ninivitae ad Jonae praedicationem plenam terroribus paenitentiam egerunt et misericordiam a Domino impetrarunt (cf. Ion 3). Quamobrem falso quidam calumniantur catholicos scriptores, quasi tradiderint, sacramentum paenitentiae absque bono motu suscipientium gratiam conferre, quod numquam Ecclesia Dei docuit nec sensit. Sed et falso docent contritionem esse extortam et coactam, non liberam et voluntariam (can. 5).(H. Denzinger- A. Schönmetzer, “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” 1676ss, d'ora in poi questo testo di Denzinger e Schönmetzer sarà da noi citato con la sigla comune DS )

 

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Insegna, inoltre, il Concilio che, se anche avviene che questa contrizione talvolta possa esser

perfetta nell’amore, e riconcilia l’uomo con Dio, già prima che questo sacramento realmente sia

ricevuto, tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi alla contrizione in sé senza il proposito

di ricevere il sacramento incluso in essa. E dichiara anche che quella contrizione imperfetta, che vien detta ‘attrizione’ perché prodotta comunemente o dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è addirittura un dono di Dio ed un impulso dello Spirito Santo, - che non abita ancora nell’anima, ma che soltanto la muove - da cui il penitente viene stimolato e con cui si prepara la via alla giustizia.

E quantunque per sé, senza il sacramento della

penitenza, sia impotente a condurre il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad

impetrare la grazia di Dio nel sacramento della penitenza.

Scossi, infatti, salutarmente da questo timore, gli abitanti di Ninive fecero penitenza alla

predicazione piena di minacce, di Giona ed ottennero misericordia da Dio (Giona 3).

Perciò falsamente alcuni accusano gli scrittori cattolici, quasi abbiano insegnato che il

sacramento della penitenza conferisca la grazia senza un moto interiore buono di chi lo riceve:

cosa che la Chiesa di Dio non ha mai insegnato e mai creduto.

Ma anche questo insegnano falsamente: che, cioè, la contrizione sia cosa estorta e forzata, non

libera e volontaria.

Ulteriormente il Concilio di Trento ha affermato sulla contrizione (DS 1704s):

« Can. 4. Si quis negaverit, ad integram et perfectam peccatorum remissionem requiri tres actus in paenitente quasi materiam sacramenti paenitentiae, videlicet contritionem, confessionem et satisfactionem, quae tres paenitentiae partes dicuntur; aut dixerit, duas tantum esse paenitentiae partes, terrores scilicet incussos conscientiae agnito peccato, et fidem conceptam ex Evangelio vel absolutione, qua credit quis sibi per Christum remissa peccata : an. s. (cf. DS 1673 1675).

Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

Traduzione nostra indicativa : Se qualcuno negherà che per la remissione completa e perfetta dei peccati si richiedano, nel penitente, come materia del sacramento della penitenza, questi tre atti: la contrizione, la confessione e la soddisfazione, che sono le

tre parti della penitenza o dirà che due sole sono le parti

della penitenza, e cioè: i terrori indotti alla coscienza dalla conoscenza del peccato e la fede,

concepita attraverso il vangelo o l’assoluzione, per cui ciascuno crede che gli sono rimessi i peccati

per mezzo del Cristo, sia anatema. Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati - per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva proclamato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis; quae quidem praecipue fit per orationem, ieiunium et eleemosynam. Forma huius sacramenti sunt verba absolutionis, quae sacerdos profert, cum dicit: Ego te absolvo; minister huius sacramenti est sacerdos habens auctoritatem absolvendi vel ordinariam vel ex commissione superioris. Effectus huius sacramenti est absolutio a peccatis. (DS 1323)

Traduco la parte più importante: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai nn. 1450s : “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l'umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.). La Congregazione per la Dottrina della Fede precisò: “Il Concilio di Trento dichiarò con magistero solenne che, per avere la piena e perfetta remissione dei peccati, si richiedono nel penitente tre atti come altrettante parti del sacramento, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione: dichiarò, altresì, che l'assoluzione data dal sacerdote è un atto di natura giudiziaria e che, per diritto divino, è necessario confessare al sacerdote tutti e singoli i peccati mortali, nonché le circostanze che modificano la specie dei peccati, dei quali uno si ricordi dopo un accurato esame di coscienza.(Sess. XIV, Canones de sacramento paenitentiae 4, 6-9: Denz.- Hün 1704, 1706-1709. )” (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19720616_sacramentum-paenitentiae_it.html )

Faccio notare che il Concilio di Firenze (Denz.- Hün 1323) e il Concilio di Trento ( Denz.- Hün 1673 ) presentano la contrizione come quasi materia della Confessione, cioè come parti della confessione, nel Catechismo di Trento troviamo delle importanti precisazioni su questo tema: “ Ma poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa, la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri sopratutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale, o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com'è stato dichiarato dal concilio di Trento (Sess. 14, Della Penit. e. 3 e can. 4). Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l'integrità del Sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti: quasi materia non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l'acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro, che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento: perché, come diciamo che le legna sono materia del fuoco, perché dal fuoco sono consumate, cosi a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati” (Catechismo Tridentino, ed. Cantagalli, 1992, n. 244 ; cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , notate che questo è il testo in italiano del Catechismo Romano composto secondo i decreti del Conccilio di Trento ) e nel Rituale Romanum si afferma sempre riguardo alla Confessione:“Questo Sacramento consta di tre elementi: la materia, la forma, il ministro. Materia remota sono i peccati del penitente, materia prossima i suoi atti di contrizione, confessione, soddisfazione della pena. La forma è costituita dalle parole Ego te absólvo, etc.  ” ( http://www.maranatha.it/rituale/21page.htm; Rituale Romanum t. IV, c. 1, n.1). In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015 e che trovate in internet a questo indirizzo http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html leggiamo : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”

Riguardo al proposito e dolore per i peccati commessi affermava s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ).

S. Giovanni Paolo scrisse: “Affinché il discernimento sulle disposizioni dei penitenti in ordine alla remissione o meno, e all'imposizione dell'opportuna penitenza da parte del ministro del Sacramento possa essere attuato, occorre che il fedele, oltre alla coscienza dei peccati commessi, al dolore per essi e alla volontà di non più ricaderci,(Cfr Conc. Ecum. Tridentino, sess. XIV, Doctrina de sacramento paenitentiae, cap. 4: DS 1676.) confessi i suoi peccati. In questo senso, il Concilio di Trento dichiarò che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali».(Ibid., can. 7: DS 1707) La Chiesa ha visto sempre un nesso essenziale tra il giudizio affidato ai sacerdoti in questo Sacramento e la necessità che i penitenti dichiarino i propri peccati,(Cfr ibid., cap. 5: DS 1679; Conc.Ecum. Fiorentino, Decr. pro Armeniis: DS 1323) tranne in caso di impossibilità. …. a) «Affinché un fedele usufruisca validamente dell'assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(Can. 962, § 1.) b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l'esortazione che ciascuno provveda a porre l'atto di contrizione».(can. 962)” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 ) La Congregazione per la Dottrina della Fede ha recentemente ribadito la dottrina della Familiaris Consortio n. 84 e quindi la necessità della contrizione per l'assoluzione di coloro che vivono come divorziati risposati, qui di seguito il testo in francese e una traduzione italiana della parte che più particolarmente ci interessa

« On ne peut exclure a priori les fidèles divorcés remariés d’une démarche pénitentielle qui déboucherait sur la réconciliation sacramentelle avec Dieu et donc aussi à la communion eucharistique. Le Pape Jean-Paul II dans l’Exhortation apostolique Familiaris consortio (n. 84) a envisagé une telle possibilité et en a précisé les conditions : “La réconciliation par le sacrement de pénitence – qui ouvrirait la voie au sacrement de l’Eucharistie – ne peut être accordée qu’à ceux qui se sont repentis d’avoir violé le signe de l’Alliance et de la fidélité au Christ, et sont sincèrement disposés à une forme de vie qui ne soit plus en contradiction avec l’indissolubilité du mariage. Cela implique concrètement que, lorsque l’homme et la femme ne peuvent pas, pour de graves motifs – par exemple l’éducation des enfants –, remplir l’obligation de la séparation, ils prennent l’engagement de vivre en complète continence, c’est-à-dire en s’abstenant des actes réservés aux époux” (cf. aussi Benoît XVI, Sacramentum caritatis, n. 29).

La démarche pénitentielle à entreprendre devrait prendre en compte les éléments suivants :

1 – Vérifier la validité du mariage religieux dans le respect de la vérité, tout en évitant de donner l’impression d’une forme de “divorce catholique”.

2 – Voir éventuellement si les personnes, avec l’aide de la grâce, peuvent se séparer de leur nouveau partenaire et se réconcilier avec celles dont elles se sont séparées.

3 – Inviter les personnes divorcées remariées, qui pour de sérieux motifs (par exemple les enfants), ne peuvent se séparer de leur conjoint, à vivre comme “frère et sœur”.

En tout état de cause, l’absolution ne peut être accordée qu’à condition d’être assurée d’une véritable contrition, c’est-à-dire “de la douleur intérieure et de la détestation du péché que l’on a commis, avec la résolution ne peut plus pécher à l’avenir” (Concile de Trente, Doctrine sur le Sacrement de Pénitence, c. 4). Dans cette ligne, on ne peut absoudre validement un divorcé remarié qui ne prend pas la ferme résolution de ne plus “pécher à l’avenir” et donc de s’abstenir des actes propres aux conjoints, et en faisant dans ce sens tout ce qui est en son pouvoir ».

Luis F. Ladaria, sj, archevêque titulaire de Thibica, Secrétaire.” (http://www.hommenouveau.fr/1126/religion/peut-on-donner-l-absolution-a-un-divorce-remarie--.htm )

La traduzione della parte per noi più decisiva è la seguente “In ogni caso l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” ( http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-comunione-ai-divorziati-ma-prima-serve-la-confessione-10933.htm#.WV68tIjyhPZ ) Il Papa Francesco ha affermato “ Fin dai primi tempi cristiani, i discepoli di Gesù hanno cercato di far fronte alla fragilità del cuore umano, tante volte debole. In modi diversi e con svariate iniziative, hanno accompagnato e sostenuto quanti soccombono sotto il peso del peccato e del male. Nonostante i cambiamenti storici, tre elementi sono stati costanti: la soddisfazione o riparazione del danno causato; la confessione, attraverso la quale l’uomo esprime la propria conversione interiore; e la contrizione per giungere all’incontro con l’amore misericordioso e risanante di Dio.” ( Lettera del 30.5.2014 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/letters/2014/documents/papa-francesco_20140530_lettera-diritto-penale-criminologia.html) Papa Francesco ha affermato, ulteriormente, in questa linea: “  Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.” ( Angelus del 17 marzo 2013 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2013/documents/papa-francesco_angelus_20130317.html )

Ancora s. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.” ( Omelia del 10.3.1985 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html )

Sottolineo che al proposito di non peccare si lega il proposito di evitare l'occasione prossima di peccato, come diciamo chiaramente nell'atto di dolore, infatti è un grave precetto naturale evitare l'occasione prossima volontaria di peccato mortale , su questo punto si può vedere utilmente ciò che ha affermato Papa Alessandro VII ( Denz.- Hün 2061) e Papa Innocenzo XI ( Denz.- Hün 2161, 2162, 2163). S. Alfonso M. de' Liguori spiega che “ Tre sono le condizioni del vero proposito per la Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. …. Per III (il proposito)  dev'esser  efficace, cioè che l'uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime (di peccato).”( S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM ) ….

Il peccato grave, secondo la santa fede, è il male più grande e va detestato, e perciò la carità ci porta a mettere in atto tutto quello che è a noi possibile con l'aiuto di Dio, per evitare questo grande male! La carità ci fa amare Dio sopra ogni cosa e odiare il peccato sopra ogni cosa, come dice il Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , notate che questo è il testo in italiano del Catechismo Romano composto secondo i decreti del Concilio di Trento )al n. 249 “Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana. Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l'estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore" (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: "Convertitevi con tutto il vostro cuore" (Gl 2,12). In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l'amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: "Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37); "Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà" (Mt 16,25; Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere né limite né misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (De dilig. Deo, 1, 1). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.” (Catechismo Tridentino, ed. Cantagalli, 1992, n. 249 cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm )

Nella Veritatis Splendor, Enciclica di s. Giovanni Paolo II, al n. 91 troviamo scritto:“La Chiesa propone l'esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all'onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l'amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l'intenzione di salvare la propria vita.” (http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html ) … la carità cioè l'amore di Dio implica obbligatoriamente l'osservanza dei comandamenti. L'osservanza dei comandamenti manifesta l'amore verso Dio, cioè la carità:

La carità costituisce l’essenza del ‘comandamento’ nuovo insegnato da Gesù. Essa in effetti è l’anima di tutti comandamenti, la cui osservanza viene ulteriormente ribadita e anzi diviene la dimostrazione palese dell’amore verso Dio: “In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti” (1 Gv 5, 3). Questo amore, che è insieme amore per Gesù, rappresenta la condizione per essere amati dal Padre: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21) …. Questa mediazione si concretizza soprattutto nel dono che egli ha fatto della sua vita, dono che da un lato testimonia il più grande amore, dall’altro esige l’osservanza di ciò che Gesù comanda: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15, 13-14).” (S. Giovanni Paolo II , Udienza, 13.10.1999 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1999/documents/hf_jp-ii_aud_13101999.html ) . Atto della carità è la contrizione perfetta. La contrizione perfetta , a differenza della contrizione imperfetta detta anche attrizione, è atto di carità, come spiega molto bene il Catechismo Tridentino:

“ … la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev'essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.” (Catechismo Tridentino n. 249 cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) La Commissione Teologica Internazionale nel documento “Reconciliazione e Penitenza” affermò “Nel battezzato, l’amore di Dio e del prossimo è il motivo più profondo del pentimento, come pure della conversione e del passaggio a una nuova vita” (DS 1526, 1678) http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

Particolarmente illuminanti sono le parole di s. Giovanni Paolo II su questo punto: “Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l'uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati. E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant'Agostino sul mistero dell'uomo, commentando le parole del Salmo: «L'abisso chiama l'abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell'uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo.”( S. Giovanni Paolo II Lettera enciclica Dominum et Vivificantem, nn. 42-43 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html )

Le affermazioni di coloro che volessero concedere l'assoluzione sacramentale senza la contrizione sarebbero contrarie anche al Decreto sulla Giustificazione emanato nel Concilio di Trento che afferma:

Qui vero ab accepta iustificationis gratia per peccatum exciderunt, rursus iustificari poterunt (can. 29), cum excitante Deo per paenitentiae sacramentum merito Christi amissam gratiam recuperare procuraverint. Hic enim iustificationis modus est lapsi reparatio, quam 'secundam post naufragium deperditae gratiae tabulam' sancti Patres apte nuncuparunt. Etenim pro iis, qui post baptismum in peccata labuntur, Christus Iesus sacramentum instituit paenitentiae, cum dixit: 'Accipite Spiritum Sanctum; quorum remiseritis peccata, remittuntur eis, et quorum retinueritis, retenta sunt' (Io 20, 22 23).

 

Unde docendum est, christiani hominis paenitentiam post lapsum multo aliam esse a baptismati, eaque contineri non modo cessationem a peccatis, et eorum detestationem, aut 'cor contritum et humiliatum' (Ps 50, 19), verum etiam et eorundem sacramentalem confessionem, saltem in voto et suo tempore faciendam, et sacerdotalem absolutionem, itemque satisfactionem per ieiunium, eleemosynas, orationes et alia pia spiritualis vitae exercitia, non quidem pro poena aeterna, quae vel sacramento vel sacramenti voto una cum culpa remittitur sed pro poena temporali (can. 30), quae (ut sacrae Litterae docent) non tota semper, ut in baptismo fit, dimittitur illis, qui gratiae Dei, quam acceperunt, ingrati Spiritum Sanctum contristaverunt (cf. Eph 4, 30) et templum Dei violare (cf. 1 Cor 3,17) non sunt veriti. De qua paenitentia scriptum est: 'Memor esto, unde excideris, age paenitentiam, et prima opera fac' (Apc 2, 5), et iterum: 'Quae secundum Deum tristitia est, paenitentiam in salutem stabilem operatur' (2 Cor 7, 10), et rursus: 'Paenitentiam agite' (Mt 3,2; 4,17), et: 'Facite fructus dignos paenitentiae' (Mt 3, 8). Adversus etiam hominum quorumdam callida ingenia, qui 'per dulces sermones et benedictiones seducunt corda innocentium' (Rom 16, 18), asserendum est, non modo infidelitate (can. 27), per quam et ipsa fides amittitur, sed etiam quocumque alio mortali peccato, quamvis non amittatur fides (can. 28), acceptam iustificationis gratiam amitti: divinae legis doctrinam defendendo, quae a regno Dei non solum infideles excludit, sed et fideles quoque 'fornicarios, adulteros, molles, masculorum concubitores, fures, avaros, ebriosos, maledicos, rapaces' (cf. 1 Cor 6,9s), ceterosque omnes, qui letalia committunt peccata, a quibus cum divinae gratiae adiumento abstinere possunt et pro quibus a Christi gratia separantur (can. 27).” (DS. 1542ss)

Traduzione nostra: Quelli poi che col peccato sono venuti meno alla grazia della giustificazione, potranno

nuovamente essere giustificati (can. 29), se procureranno, sotto la spinta di Dio, di recuperare la grazia perduta attraverso il sacramento della penitenza, per merito del Cristo. Questo modo di giustificazione è la riparazione di colui che è caduto, la quale i santi padri

chiamarono, con espressione adatta, la seconda tavola dopo il naufragio della grazia perduta (127).

Infatti, per quelli che cadono in peccato dopo il battesimo, Gesú Cristo ha istituito il sacramento

della penitenza, quando disse: Ricevete lo Spirito santo. A chi rimetterete i peccati saranno loro

rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti (Gv. 20, 22s).

Bisogna quindi, insegnare che la penitenza del cristiano dopo la caduta è di natura molto

diversa da quella del battesimo e che essa comporta non solo la cessazione dai peccati e la loro

detestazione, cioè un cuore contrito ed umiliato (Sal. 50,19), ma anche la confessione sacramentale dei medesimi, almeno nel desiderio e da farsi a suo tempo e l’assoluzione del sacerdote; e cosí pure la soddisfazione attraverso il digiuno, le elemosine, le orazioni e le altre pie pratiche della vita

spirituale, non certo per la pena eterna, che è rimessa con la colpa mediante il sacramento o il

desiderio del sacramento, ma per la pena temporale (can. 30), che (come insegnano le Sacre Scritture) non sempre viene totalmente rimessa, come nel battesimo, a quelli che, ingrati per la grazia di Dio che avevano ricevuto, contristarono lo Spirito Santo ( Ef. 4,30), ed osarono violare il tempio del Signore(1 Cor. 3,17).

Di questa penitenza sta scritto: “Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere

di prima” ( Ap. 2,5). Ed inoltre: “La tristezza che è secondo Dio, produce un pentimento irrevocabile che conduce a salvezza (2 Cor. 7,10 ). E di nuovo: Fate penitenza (Mt. 3,2; 4,17) e: Fate degni frutti di penitenza (Mt. 3,8; Luca 3,8). Contro le maligne insinuazioni di certi spiriti, i quali con parole “ con un parlare solenne e lusinghiero ingannano i

cuori dei semplici” (Rm. 16,18), bisogna affermare che non solo con l’infedeltà (can.27), per cui si perde la stessa

fede , ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, sebbene non si perda la fede (can. 28), si perde però la

grazia, ricevuta, della giustificazione. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli (che sono) fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci (1 Cor. 6,9) e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto

della grazia potrebbero astenersi e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo

(can. 27).

 

Sottolineo quanto appena scritto: “divinae legis doctrinam defendendo, quae a regno Dei non solum infideles excludit, sed et fideles quoque 'fornicarios, adulteros...”. (Denz. 1544) cioè difendendo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli (che sono) fornicatori, adulteri …

Ricordiamo quello che al n. 70 della Veritatis Splendor troviamo scritto riguardo al peccato mortale: “«Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità.”

In questa linea la Veritatis Splendor afferma al n. 68 “Egli, con ogni peccato mortale commesso deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta la legge (cf Gc 2,8-11); pur conservandosi nella fede, egli perde la «grazia santificante», la «carità» e la «beatitudine eterna». (114) «La grazia della giustificazione — insegna il Concilio di Trento —, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l'infedeltà, che fa perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi altro peccato mortale».(115)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1033 “Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

 

3)L’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio; i 10 comandamenti obbligano e l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.

 

 

S. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.” ( Omelia del 10.3.1985 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html ) Dio ci chiama a vivere i 10 comandamenti, Dio ci dona di poter vivere secondo i comandamenti e la Confessione è il Sacramento che deve rimetterci proprio in questa vita di grazia e di carità, cioè appunto nella vita secondo i comandamenti; ricordiamo che il Concilio di Trento ha condannato la dottrina per cui sarebbe impossibile vivere i 10 comandamenti

Nemo autem, quantumvis iustificatus, liberum se esse ab observatione mandatorum (can. 20) putare debet; nemo temeraria illa et a Patribus sub anathemate prohibita voce uti, Dei praecepta homini iustificato ad observandum esse impossibilia (can. 18 et 22; cf. DS 397). 'Nam Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet, et facere quod possis, et petere quod non possis', et adiuvat ut possis; 'cuius mandata gravia non sunt' (I Jo 5, 3), cuius 'iugum suave est et onus leve' (cf. Mt 11, 30). Qui enim sunt filii Dei, Christum diligunt: qui autem diligunt eum, (ut ipsemet testatur) servant sermones eius (Jo 14, 23), quod utique cum divino auxilio praestare possunt.

Can. 18. Si quis dixerit, Dei praecepta homini etiam iustificato et sub gratia constituto esse ad observandum impossibilia: an. s. (cf. DS 1536 ).” (DS 1536 e 1568) Nostra traduzione: Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti (can. 20),

nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai Padri sotto pena di scomunica

esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio(can. 18 e 22). Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi

(1 Gv. 5,3), il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt.11,30).

. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di

Dio sono impossibili da osservarsi, sia anatema.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2068 “ Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.17 Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore [...] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».18”

La fede origina ed esige l'osservanza dei comandamenti, come S. Giovanni Paolo II affermò al n. 89 della Veritatis Splendor:“La fede possiede anche un contenuto morale: origina ed esige un impegno coerente di vita, comporta e perfeziona l'accoglienza e l'osservanza dei comandamenti divini. Come scrive l'evangelista Giovanni, «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità... Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 1,5-6; 2,3-6)”.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2053 possiamo leggere “A questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l'osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita, (Cf Mt 5,17.) ma l'uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l'appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell'obbedienza del discepolo e nell'osservanza dei comandamenti, è accostato all'esortazione alla povertà e alla castità (Cf Mt 19,6-12.21.23-29).

I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.”

San Giovanni Paolo II insegnava: “ Il martirio è infine un segno preclaro della santità della Chiesa: la fedeltà alla legge santa di Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario usque ad sanguinem perché lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società. Una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile ma anche all'interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più pericolosa che può affliggere l'uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità. I martiri, e più ampiamente tutti i santi nella Chiesa, con l'esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfigurata dallo splendore della verità morale, illuminano ogni epoca della storia risvegliandone il senso morale. Dando piena testimonianza al bene, essi sono un vivente rimprovero a quanti trasgrediscono la legge (cf Sap 2, 12) e fanno risuonare con permanente attualità le parole del profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (Is 5,20) (Veritatis splendor, 93 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html ) Nella stessa Enciclica ora citata leggiamo:L'osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento: «Nessuno poi, benché giustificato, deve ritenersi libero dall'osservanza dei comandamenti; nessuno deve far propria quell'espressione temeraria e condannata con la scomunica dei Padri, secondo la quale è impossibile all'uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti "i comandamenti di Dio non sono gravosi" (cf 1 Gv 5,3) e "il suo giogo è soave e il suo peso è leggero" (cf. Mt 11,30)» ” (Veritatis splendor 102 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html )

Attraverso l'osservanza dei Comandamenti si giunge alla vita eterna , dice con chiarezza s. Giovanni Paolo II “Il Maestro parla della vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa vita si giunge attraverso l'osservanza dei comandamenti del Signore, compreso dunque il comandamento «non uccidere». Proprio questo è il primo precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti debba osservare: «Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare..."«(Mt 19, 18).” (Evangelium Vitae n. 52 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae.html )

Lo stesso s. Pontefice aggiunge, parlando proprio della Enciclica “Veritatis Splendor” : “Il punto di partenza dell'Enciclica è il dialogo di Gesù Cristo con il giovane (cfr. Mt 19, 16-22) che Gli pone la seguente domanda: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?" (Mt 19, 16). Gesù risponde: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti" (Mt 19, 17). E quando il giovane chiede: "Quali?", Gesù replica citando il Decalogo. Questo dialogo manifesta che c'è nell'uomo il desiderio della vita eterna; un desiderio la cui realizzazione è condizionata dall'osservanza dei comandamenti, cioè dall'adempimento delle norme morali, dei principi di comportamento dati da Dio e rivelati nella Sacra Scrittura. 2. Invitando il giovane ad osservare il Decalogo, Gesù non fa che riprendere gli stessi comandamenti che Dio, nella sua maestà di supremo Legislatore, aveva dato agli Israeliti per mezzo di Mosè dall'alto del Monte Sinai. Mediante i comandamenti Dio aveva stretto un'Alleanza con Israele: Mosè si era obbligato, insieme con il suo popolo, alla loro osservanza e Dio, da parte sua, aveva assicurato agli Israeliti l'ingresso nella Terra promessa. L'osservanza dei comandamenti è la condizione per raggiungere la vita eterna, di cui l'ingresso nella Terra è il simbolo.” (S. Giovanni Paolo II, Angelus 12.6.1994 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/angelus/1994/documents/hf_jp-ii_ang_19940612.pdf )

La Veritatis Splendor al n. 94 afferma “ In questa testimonianza all'assolutezza del bene morale i cristiani non sono soli: essi trovano conferme nel senso morale dei popoli e nelle grandi tradizioni religiose e sapienziali dell'Occidente e dell'Oriente, non senza un'interiore e misteriosa azione dello Spirito di Dio. Valga per tutti l'espressione del poeta latino Giovenale: «Considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all'onore e, per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere».(147) La voce della coscienza ha sempre richiamato senza ambiguità che ci sono verità e valori morali per i quali si deve essere disposti anche a dare la vita. Nella parola e soprattutto nel sacrificio della vita per il valore morale la Chiesa riconosce la medesima testimonianza a quella verità che, già presente nella creazione, risplende pienamente sul volto di Cristo: «Sappiamo — scrive san Giustino — che i seguaci delle dottrine degli stoici sono stati odiati ed uccisi quando hanno dato prova di saggezza nel loro discorso morale ... a motivo del seme del Verbo insito in tutto il genere umano».(148)”

Basta andare sul sito internet della Santa Sede per trovare moltissimi altri testi di Papi che ribadiscono la necessità e la possibilità di osservare i comandamenti: i 10 comandamenti obbligano e l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.



4) Le parti essenziali della contrizione e le loro caratteristiche .



a) Gli elementi essenziali della Contrizione.

 

Quali sono le parti essenziali della contrizione?

Il Concilio di Firenze precisa :

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. (Denz. 1323) Traduco: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Concilio di Firenze, dunque, parla della contrizione come dolore per il peccato con il proposito di non peccare più, il Concilio di Trento precisa meglio cosa è la contrizione aggiungendo al dolore e al proposito l'odio del peccato stesso:

Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: 'Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum' (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: 'Tibi soli peccavi, et malum coram te feci' (Ps 50, 6); 'Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum' (Ps 6, 7); 'Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae' (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1705)

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati - per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

 

Dunque, la contrizione contiene in sé stessa l'odio per il peccator, il dolore per i peccati compiuti e il proposito di non più peccare, come afferma anche il Catechismo di Trento al n. 248:
“Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell'animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l'avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l'essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell'iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.

 

Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà; e sant'Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Serm. CCCLI,1). I Padri Tridentini hanno espresso col termine dolore la detestazione e l'odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa cosi (Fino a quando - dice Davide al Signore - terro in ansia l'anima mia e il mio cuore in preda al dolore notte e giorno?) (Ps 12,2); sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell'anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore, ed i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: Guai a te, Corozain, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21 Lc 10,13).
La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l'efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, cosi i cuori induriti dall'orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione; ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l'innocenza.
 
Ci sono anche altri vocaboli atti ad esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata contrizione di cuore, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, cosi la volontà regola e governa tutte le potenze dell'anima. Talora i Padri la chiamano compunzione del cuore; e appunto cosi hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono col ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, cosi con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori (Gioel. 2,12).”

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X ribadisce e approfondisce le affermazioni tridentine ai nn. 682ss

“682. Che cosa è la contrizione, ossia il dolore dei peccati?

La contrizione ossia il dolore dei peccati, é un dispiacere dell'animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.

683. Che cosa vuol dire questa parola contrizione?

La parola contrizione, vuol dire rottura o spezzamento, come quando una pietra è pestata e ridotta in polvere.

684. Perché si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati?

Si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati, per significare che il cuor duro del peccatore in certo modo si spezza per dolore di avere offeso Dio.

689. Delle parli del sacramento della Penitenza qual'è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai nn. 1450s : “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l'umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.)

Al n. 31 della “Riconciliatio et Paenitentia” s. Giovanni Paolo II precisa : “Ma l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l'anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l'uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c).

Nell' Rito della Penitenza troviamo ribadita la dottrina del Concilio di Trento : “a) Contrizione
Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia", cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l'uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ». Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione infatti deve coinvolgere l'uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo.” (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) 6)

 

b) Le qualità della contrizione e il primo elemento essenziale della contrizione: l'odio, la detestazione del peccato.

 

Il Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ), al n. 249 ci offre importanti indicazioni sulle qualità della contrizione e sulla detestazione del peccato: “ Il dolore d'aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore. E facile dimostrarlo con le ragioni seguenti. Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev'essere la carità. E siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portare con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana. E qui giova notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l'estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (Dt 6,5 Mt 22,37 Mc 12,30 Lc 10,27); e della seconda il Signore dice per bocca del profeta: Convertitevi con tutto il vostro cuore (Jl 2,12).
In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, cosi il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l'amore di Dio si debba anteporre ad ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me (Mt 10,37); Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà (Mt 16,25 Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere né limite né misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (Della dilezione di Dio, I). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.
Oltre che massima, la contrizione dev'esser vivissima e cosi perfetta da escludere ogni negligenza e pigrizia. Sta scritto nel Deuteronomio: Quando cercherai il Signore Dio tuo lo troverai, purché lo cerchi con tutto il cuore e tutto il dolore dell'anima tua (Dt 4,29). E in Geremia: Voi mi cercherete e mi troverete purché mi cerchiate con tutto il vostro cuore, perché allora io mi faro trovare da voi, dice il Signore (Jr 29,13).
Ma quand'anche la contrizione non fosse cosi perfetta, può esser sempre vera ed efficace. Poiché avviene spesso che le cose sensibili ci commuovono più delle spirituali, sicché taluni sentono per la morte dei figli, maggior dolore che per la turpitudine del peccato. Il medesimo si dica quando l'acerbità del dolore non suscita le lacrime, le quali però nella Penitenza sono da desiderare e lodare assai, come ben dice sant'Agostino: Non hai viscere di carità cristiana tu, che piangi un corpo abbandonato dall'anima, e non piangi un'anima abbandonata da Dio (Serm. XLI,6). A questo si possono riferire le parole del Signore citate sopra: Guai a te, Corazain, guai a te, Betsaida; che se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21). A conferma di questa verità basti ricordare gli esempi famosi dei Niniviti (Giona, 3,5), di Davide (Ps 6,7), della Maddalena (Lc 7,37), del Principe degli apostoli (Mt 26,75), i quali tutti implorarono con lacrime abbondanti la misericordia di Dio e ottennero il perdono dei peccati.”

La contrizione vera contiene, dunque, l'odio cioè la detestazione, il ripudio, la riprovazione radicale del peccato; il Catechismo di Trento precisa “La penitenza interna è quella per la quale noi con tutto l'animo ci convertiamo a Dio e detestiamo profondamente i peccati commessi, proponendo insieme fermamente di emendare le nostre cattive abitudini e i costumi corrotti, fiduciosi di conseguire il perdono dalla misericordia di Dio. Si associa a questa penitenza, come compagna della detestazione del peccato, una dolorosa tristezza che è una vera affezione emotiva dell'animo e da molti viene chiamata passione.” Al n. 245 del Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) leggiamo:“Colui che si pente dei peccati, si getta con animo umile e dimesso ai piedi del sacerdote, per riconoscere, mentre compie quest'atto di umiltà, che si devono estirpare le radici della superbia, da cui hanno principio e origine tutti quei peccati che piange e detesta. Nel sacerdote, che siede come suo legittimo giudice, riconosce la persona e la potestà di Gesù Cristo, poiché il sacerdote nell'amministrare la Penitenza, come pure gli altri sacramenti, tiene il luogo di Cristo.” Al n. 248 del medesimo testo è scritto: “Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell'animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l'avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l'essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell'iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo è chiaramente provato dai gemiti dei Santi, che cosi spesso troviamo nei Libri sacri: Io sono stanco di piangere - dice Davide -, ogni notte spargo di lacrime il mio giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto (Ps 6,7-9). E in Isaia: Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l'amarezza dell'anima mia (Is 38,15). Queste parole, ed altre simili, sono l'espressione evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una detestazione della vita passata. Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà; e sant'Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Serm. CCCLI,1). I Padri Tridentini hanno espresso col termine dolore la detestazione e l'odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa cosi (Fino a quando - dice Davide al Signore - terro in ansia l'anima mia e il mio cuore in preda al dolore notte e giorno?) (Ps 12,2); sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell'anima che è sede delle passioni....
La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l'efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, cosi i cuori induriti dall'orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione; ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l'innocenza. Ci sono anche altri vocaboli atti ad esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata contrizione di cuore, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, cosi la volontà regola e governa tutte le potenze dell'anima. Talora i Padri la chiamano compunzione del cuore; e appunto cosi hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono col ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, cosi con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori (Gioel. 2,12).” Come si vede chiaramente l' odio , la detestazione del peccato è insito nella vera contrizione e deve essere detestazione di tutti i peccati commessi, infatti al n. 250 del Catechismo Tridentino
(cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) leggiamo “ Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l'odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10).”

Papa Pio XII affermò: “Occorre dunque dare una istruzione comune, solida e completa, sulla confessione, non solo nel catechismo per i fanciulli, ma ancor più in quello per gli adolescenti e per gli adulti. Una tale istruzione dà lume alle coscienze e pace ai cuori, là ove non è alcun serio motivo di turbamento; ma anche penetra, incisiva come il bisturi del chirurgo, là ove si occulta l'ascesso del peccato, soprattutto del peccato grave. Essa conduce efficacemente alla contrizione interna, soprannaturale, universale, alla vera detestazione del peccato e alla conversione verso Dio. Voi non potreste, nelle vostre prediche della domenica, trattare temi più utili delle verità religiose, dei comandamenti, delle pratiche che regolano la vita quotidiana e ordinaria dei vostri parrocchiani, della necessaria e conveniente preparazione al Sacramento della Penitenza.” ( Discorso ai Parroci del 7 .2.1945; http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1945/documents/hf_p-xii_spe_19450217_quaresimalisti.html )

Lo stesso Pontefice disse :“Vicario di quel Gesù, che ha versato fin l'ultima goccia del suo sangue per riconciliare gli uomini col Padre celeste, Capo visibile di quella Chiesa che è il suo Corpo mistico per la salvezza e la santificazione delle anime, Noi vi esortiamo a sentimenti e ad opere di penitenza, affinchè si compia da voi e da tutti i Nostri figli e figlie sparsi per il mondo intero il primo passo verso la effettiva riabilitazione morale della umanità. Con tutto l'ardore del Nostro cuore paterno vi domandiamo il sincero pentimento delle colpe passate, la piena detestazione del peccato, il fermo proposito di ravvedimento; vi scongiuriamo di assicurarvi il perdono divino mediante il sacramento della confessione e il testamento di amore del Redentore divino; vi supplichiamo infine di alleggerire il debito delle pene temporali dovute alle vostre colpe con le multiformi opere di soddisfazione: preghiere, elemosine, digiuni, mortificazioni, di cui offre facile opportunità ed invito il volgente Anno Santo. Per questa via l'anima ritorna nelle braccia del Padre celeste, risorge nella grazia santificante, si ristabilisce nell'ordine e nell'amore, si riconcilia con la divina giustizia; è il gran ritorno della umanità ribelle alle leggi di Dio e della Chiesa, che abbiamo sospirato nella Nostra attesa piena di fiducia e di speranza e che affrettiamo coi Nostri desideri, coi gemiti del Nostro cuore, con le Nostre preghiere, coi Nostri sacrifici, col dispensare largamente l'inesauribile tesoro spirituale della Chiesa, commesso alle Nostre cure.” ( Omelia per  il solenne rito penitenziale del 26 marzo dell’Anno Santo 1950 https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/homilies/documents/hf_p-xii_hom_19500326_rito-penitenziale.pdf )

La risurrezione nella grazia santificante passa per la detestazione del peccato compiuto!

S. Giovanni Paolo II affermò: “Quanto all'umiltà, è evidente che senza di essa l'accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il « Non serviam », per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la sua discendenza. L'umiltà invero si identifica con la detestazione del male: « Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto; perciò sei giusto quando parli; retto nel tuo giudizio »( Lettera al card. William Baum …., del 22.3.1996; http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

Nella stessa Lettera il s. Papa polacco disse anche :“E qui ritorna la considerazione della fiducia, che deve accompagnare la detestazione del peccato, l'umile accusa di esso, la ferma volontà di non peccare più. Fiducia è esercizio, possibile e doveroso, della Speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina Bontà, per le Sue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla. È atto anche di quella stima che dobbiamo a noi stessi, in quanto creature di Dio, che ci ha resi già per natura nobili al di sopra di tutto il creato materiale, ci ha elevato alla Grazia, ci ha misericordiosamente redento; è stimolo a impegnarci con tutte le nostre forze, laddove la sfiducia è scetticismo e gelo paralizzante.” Al n. 31 della “Riconciliatio et Paenitentia” s. Giovanni Paolo II affermò : “Ma l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento.”

Ancora s. Giovanni Paolo II affermò“Sulla scorta di questi insegnamenti e considerando da una parte l'economia della grazia, che accompagna, sostiene ed eleva l'operare dell'uomo, e dall'altra le leggi della psicologia umana, risulta evidente che la soddisfazione sacramentale deve essere innanzitutto preghiera: essa infatti loda Dio e detesta il peccato come offesa a Lui irrogata, confessa la malizia e la debolezza del peccatore, chiede umilmente e fiduciosamente l'aiuto, nella consapevolezza dell'incapacità dell'uomo a qualunque gesto salutare se non lo dispone a ciò l'aiuto soprannaturale del Signore, (Concilio di Trento, Sessione VI, can. 1 Denzinger-Schönmetzer 1551) che appunto con la preghiera si implora; ma se si implora vuol dire che si ha la speranza teologica di ottenerlo, e con ciò quasi si sperimenta la bontà di Dio e ci si educa al colloquio con Lui.” ( Discorso ai membri della Penitenzieria Apostolica, del 18.3.1995 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp-ii_spe_19950318_penitenzieria.html )

Interessante, in questa linea, è quanto affermò s. Giovanni Paolo II in un discorso ai giovani “Il bellissimo canto natalizio “Tu scendi dalle stelle” dice così: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”. Il Figlio di Dio ha amato noi, che l’abbiamo offeso, anche noi dobbiamo voler bene a quelli che ci offendono, e così vincere il male col bene. Odiare il peccato, ma amare il peccatore: questa è la via della pace, la via che ci insegna il Signore, fin dal mistero del suo Natale.” ( Discorso ad una rapprezentanza dei ragazzi …, 21.12.1996 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1996/december/documents/hf_jp-ii_spe_19961221_azione-cattolica.html )

S. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem” al n. 45 ci dona una straordinaria luce su questo tema :“ Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s'incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l'amore nel cuore stesso dell'uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l'uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un'eco lontana di quel «pentimento di aver creato l'uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell'eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell'obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire.”

Questo odio, questa riprovazione del peccato, di cui parliamo è quindi, in certo modo, una partecipazione alla carità di Dio e di Cristo, che contiene in sé l' “odio” e quindi la radicale opposizione al peccato come afferma la S. Scrittura “... a Dio sono ugualmente in odio l'empio e la sua empietà” (Sap. 14,9), s. Alfonso M. de' Liguori afferma “Egli l'Eterno Verbo quanto amava il suo Padre, tanto odiava il peccato, di cui ben conoscea la malizia: onde per togliere il peccato dal mondo e per non vedere più offeso il suo amato Padre, egli era venuto in terra e s'erafatt'uomo, ed aveva intrapreso a soffrire una Passione ed una morte così dolorosa.” (L'Amore delle anime c. 6 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PZ.HTM#NU )

 





c) Il secondo elemento essenziale della contrizione: il dolore per i peccati commessi.

 

Il Concilio di Trento afferma “Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: 'Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum' (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: 'Tibi soli peccavi, et malum coram te feci' (Ps 50, 6); 'Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum' (Ps 6, 7); 'Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae' (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peccatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1704s)

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati - per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva affermato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. (Denz. 1323) Traduco: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

La contrizione vera include un vero dolore per i peccati commessi, perciò diciamo chiaramente nell'Atto di dolore: Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

 

Il Catechismo afferma al n. 1431 : “La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] » (Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289.)

Nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica ai nn. 1450s  leggiamo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l'umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.).

S. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem” al n. 45 ci dona una straordinaria luce su questo tema :“ Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s'incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l'amore nel cuore stesso dell'uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l'uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un'eco lontana di quel «pentimento di aver creato l'uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell'eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell'obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l'uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant'Agostino sul mistero dell'uomo, commentando le parole del Salmo: «L'abisso chiama l'abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell'uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo «viene» in forza della «dipartita» di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, «il sangue di Cristo... purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente». Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come «un altro consolatore», le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi». Il dolore per i peccati si collega dunque al dolore di Cristo Crocifisso per i nostri peccati, è una partecipazione ad esso, in certo modo, come vedremo meglio più avanti; questo dolore deve essere fondato su motivi soprannaturali, precisava bene lo stesso s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ).

Questo dolore per i peccati è alla radice del proposito di non peccare più:“ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

S. Giovanni Paolo affermò ulteriormente “Affinché il discernimento sulle disposizioni dei penitenti in ordine alla remissione o meno, e all'imposizione dell'opportuna penitenza da parte del ministro del Sacramento possa essere attuato, occorre che il fedele, oltre alla coscienza dei peccati commessi, al dolore per essi e alla volontà di non più ricaderci,(Cfr Conc. Ecum. Tridentino, sess. XIV, Doctrina de sacramento paenitentiae, cap. 4: DS 1676.) confessi i suoi peccati. In questo senso, il Concilio di Trento dichiarò che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali».(Ibid., can. 7: DS 1707) ” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 )

Se tale dolore per i peccati commessi si compie sotto l'impulso della carità esso rimette i peccati subito purché si abbia il proposito di confessarli appena possibile: “ Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà.”( S. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.199 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html )

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X ai nn. 707ss ci offre un'ampia trattazione del dolore per i peccati commessi.

“ 707. Che cosa è il dolore dei peccati?

Il dolore dei peccati consiste in un dispiacere ed in una sincera detestazione dell'offesa fatta a Dio.

708. Di quante sorta è il dolore?

Il dolore è di due sorta: perfetto, ossia di contrizione; imperfetto, ossia di attrizione.

709. Qual è il dolore perfetto, o di contrizione?

Il dolore perfetto è il dispiacere di avere offeso Dio, perché infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato.

710. Perché chiamate voi perfetto il dolore di contrizione?

Chiamo perfetto il dolore di contrizione per due ragioni:

  1. perché riguarda esclusivamente la bontà di Dio, e non il nostro vantaggio o danno;

  2. perché ci fa subito ottenere il perdono dei peccati, restandoci però l'obbligo di confessarci.

711. Dunque il dolore perfetto ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione?

Il dolore perfetto non ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione, perché sempre include la volontà di confessarsi.

712. Perché il dolore perfetto, o contrizione, produce questo effetto di rimetterci in grazia di Dio?

Il dolore perfetto, o contrizione produce questo effetto, perché nasce dalla carità la quale non può trovarsi nell'anima insieme coi peccato mortale.

713. Qual'è il dolore imperfetto o di attrizione?

Il dolore imperfetto o di attrizione è quello per cui ci pentiamo di avere offeso Dio, come sommo Giudice, cioè per timore dei castighi meritati in questa o nell'altra vita o per la stessa bruttezza del peccato.

714. Quali condizioni deve avere il dolore per essere buono?

Il dolore per essere buono, deve avere quattro condizioni: deve essere interno, soprannaturale, sommo e universale.

715. Che cosa vuoi dire che il dolore deve essere interno?

Vuoi dire che deve essere nei cuore e nella volontà e non nelle sole parole.

716. Perché il dolore dev'essere interno?

Il dolore deve essere interno, perché la volontà che si è allontanata da Dio col peccato, deve ritornare a Dio detestando il peccato commesso.

717. Che cosa vuol dire che il dolore deve essere soprannaturale?

Vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede.

718. Perché il dolore dev'essere soprannaturale?

Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l'acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.

719. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale?

Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l'inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.

720. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.

721. Pel dolore dei peccati é forse necessario piangere, come alle volte si piange per le disgrazie di questa vita?

Non è necessario che materialmente si pianga pel dolore dei peccati; ma basta che nel cuore si faccia più gran caso di avere offeso Dio, che di qualunque altra disgrazia.

722. Che vuol dire che il dolore deve essere universale?

Vuol dire che deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi.

723. Perché il dolore deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi?

Perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale, rimane nemico di Dio.

724. Che cosa dobbiamo fare per avere il dolore dei nostri peccati?

Per avere il dolore dei nostri peccati dobbiamo dimandarlo di cuore a Dio, ed eccitarlo in noi con la considerazione del gran male che abbiamo fatto peccando.

725. Come farete per eccitarvi a detestare i peccati?

Per eccitarmi a detestare i peccati:

  1. considererò il rigore della infinita giustizia di Dio e la deformità del peccato che ha deturpato l'anima mia e mi ha reso meritevole delle pene eterne dell'inferno;

  2. considererò che ho perduta la grazia, l'amicizia, la figliuolanza di Dio e l'eredità del paradiso;

  3. che ho offeso il mio dentore che è morto per me, e che i miei peccati sono stati la cagione della sua morte;

  4. che ho disprezzato il mio Creatore, il mio Dio; che ho voltato le spalle a lui, mio sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa e servito fedelmente.

726. Dobbiamo noi essere grandemente solleciti, quando andiamo a confessarci, d'avere un vero dolore de' nostri peccati?

Quando noi andiamo a confessarci, dobbiamo essere certamente molto solleciti di avere un vero dolore de' nostri peccati, perché questa è la cosa più importante di tutte: e se manca il dolore, la confessione non vale.

727. Chi si confessa di soli peccati veniali deve avere il dolore di tutti?

Chi si confessa di soli peccati veniali, per confessarsi validamente basta che sia pentito di alcuno di essi; ma per ottenere il perdono di tutti è necessario che si penta di tutti quelli che riconosce di aver commesso.

728. Chi si confessa di soli peccati veniali, e non è pentito neppure di un solo, fa una buona confessione?

Chi si confessa di soli peccati veniali e non è pentito neppure dì un solo, fa una confessione di nessun valore; la quale è inoltre sacrilega, se la mancanza del dolore è avvertita.

729. Che cosa convien fare per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali?

Per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali, è cosa prudente accusare, con vero dolore, anche qualche peccato più grave della vita passata, benché già confessato altre volte.

730. E cosa buona fare spesso l'atto di contrizione?

È cosa buona ed utilissima il fare spesso l'atto di contrizione, massime prima di andare a dormire, e quando uno si accorge o dubita di essere caduto in peccato mortale, per rimettersi più presto in grazia di Dio; e giova sopratutto per ottenere più facilmente da Dio la grazia di fare simile atto nel maggior bisogno, cioè nel pericolo di morte”. ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

 

 

 

d) Il terzo elemento essenziale della contrizione: il proposito di non peccare più in avvenire .

 

Nell'Atto di dolore diciamo: “Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.”

Il Concilio di Trento ha affermato: “Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1704s) Traduco: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire. Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati - per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva affermato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis; quae quidem praecipue fit per orationem, ieiunium et eleemosynam. Forma huius sacramenti sunt verba absolutionis, quae sacerdos profert, cum dicit: Ego te absolvo; minister huius sacramenti est sacerdos habens auctoritatem absolvendi vel ordinariam vel ex commissione superioris. Effectus huius sacramenti est absolutio a peccatis. (DS 1323) Traduco la parte più importante: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Catechismo del Concilio di Trento afferma al n. 247s “Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell'insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, cosi la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore, siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua assenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e così ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione; e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due....

  Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell'animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l'avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l'essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell'iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.”

Al n. 250 del Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) troviamo scritto :
“Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l'odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10). La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo. La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l'empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l'empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all'anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all'adultera: Va' e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14). Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l'avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l'ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l'avvenire, dall'offendere di nuovo l'amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall'obbedienza, poiché è giusto che l'uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant'Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20).
Né si consideri come poco importante tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe (Mt 6,14-15).”

Appare evidente, quindi, la presenza, nella vera conversione, del proposito di non peccare più, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1451 : “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.).

S. Giovanni Paolo II affermò a questo riguardo“Infine il terzo momento: il ritorno. Il ritorno si svolgerà come ne parla Cristo nella parabola. Il Padre aspetta e dimentica ogni male commesso dal figlio, e non prende più in considerazione tutto lo sperpero di cui il figlio è colpevole. Per il Padre rimane importante una sola cosa: che il figlio sia stato ritrovato; che non abbia perso fino in fondo la propria umanità; che, nonostante tutto, rechi in sé il risoluto proposito di vivere di nuovo come figlio, proprio in virtù dell’acquisita coscienza dell’indegnità e della colpa.

Padre ho peccato... non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21). 4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio. Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione.” (Omelia 16.3.1980, Parrocchia s. Ignazio martire, Roma). Sottolineo che il proposito di cui stiamo parlando è il proposito di vivere come figlio di Dio, è il proposito di migliorare la propria condotta secondo Dio; occorre che tale proposito sia solido, fermo, generoso dell’emenda per l’avvenire e sia accompagnato dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda, come precisava s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ). Tale fiducia che accompagna il proposito di cui parliamo deve essere non eccessiva e non deve mancare :“ Per eccesso di fiducia, se così si può dire, v’è chi non ricava positiva e stabile emenda, pur confessandosi con verità ed esattezza, perché il non superato orgoglio lo porta a confidare troppo in se stesso, o, ben peggio, a confidare in se stesso anziché nella grazia di Dio. Fenomeno inverso, ma ugualmente grave, è quello di chi fa sì il debito spazio alla grazia di Dio, ma presume alla leggera di ottenerla senza la corrispondenza e la collaborazione, che Dio richiede da parte dell’uomo.

Al contrario, per difetto di fiducia v’è chi o addirittura non si accosta al sacramento della Penitenza, o accostandosi non si pone nelle disposizioni necessarie affinché il rito possa concludersi efficacemente con l’assoluzione, perché, edotto dal suo passato circa la propria debolezza, si ritiene certo di future cadute e, identificando erroneamente il giudizio intellettuale, diciamo pure la previsione di altre cadute, con la volontà di cadere e con l’attuale difetto di sincero proposito di non cadere, si perde d’animo e così dichiara al confessore di non essere debitamente disposto. Sarebbe veramente triste se in tale errore, indice anche di poca conoscenza dell’animo umano, cadesse persino qualche confessore.

A queste disposizioni estreme il confessore deve opporre appropriato antidoto: a coloro che presumono inculchi l’umiltà, che è verità, secondo il monito della divina parola “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1 Cor 10, 12) e “attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” (Fil 2, 12). A coloro che sono paralizzati da quella sfiducia, che non è il debito salutare timore, ma una raggelante paura, spieghi che la consapevolezza della propria infermità non vuol dire quiescenza alla medesima, ma anzi può e deve essere spinta a reagire, perché, anche questa è parola di Dio: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9). In merito non sarà fuori luogo ricordare che la fede insegna la possibilità di evitare il peccato con l’aiuto della grazia (cf. Concilio di Trento, Sessione VI, can. 18 Denzinger-Schönmetzer 1568).” ( Discorso del 18.3.1995 , ai Membri della Penitenzieria) http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp-ii_spe_19950318_penitenzieria.html )

Senza la contrizione e quindi senza il proposito di cui parliamo i peccati restano non rimessi :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell'Antica e della Nuova Alleanza.” (s. Giovanni paolo II, Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, n. 42 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

Nella Riconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha preccisato che il proposito e la contrizione devono essere fondati nell'amore di Dio, nella carità: “Ma l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l'anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l'uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c). Senza la carità non c'è la salvezza, e dalle parole del Papa dobbiamo ritenere che la carità porta in noi la contrizione che è elemento essenziale della confessione, come visto; la contrizione contiene il proposito di non peccare, proposito fondato sulla grazia divina , che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente, come dice s. Giovanni Paolo II “ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

In tale proposito in particolare, all'interno della contrizione, e nel suo attuarsi si manifesta quel “raddrizzare i sentieri di cui parla la Bibbia, come spiega s. Giovanni Paolo II: “Vi prego, cari fratelli e sorelle, di accogliere questo invito con tutta la semplicità della vostra fede. L’uomo prepara la via del Signore, e raddrizza i suoi sentieri, quando esamina la propria coscienza, quando scruta le sue opere, le sue parole, i suoi pensieri, quando chiama il bene e il male col loro nome, quando non esita a confessare i suoi peccati nel sacramento della Penitenza, pentendosi di essi e facendo il proposito di non peccare più. Proprio questo significa “raddrizzare i sentieri”. Ciò significa anche accogliere la buona novella della salvezza. Ciascuno di noi può “vedere la salvezza di Dio” nel proprio cuore e nella sua coscienza, quando partecipa al Mistero della remissione dei peccati, come al suo proprio Avvento.” (Omelia del 16.12.1982 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19821216_universitari.html )

All'ammirazione per la Redenzione che ci viene offerta da Cristo dobbiamo unire la nostra partecipazione con la contrizione e il proposito di non peccare più: “La conversione tocca il suo vertice nel sacramento della Penitenza o Confessione; è meraviglioso pensare quanto sia grande la bontà di Dio, il quale ha dato la possibilità al cristiano, caduto per fragilità umana nel peccato, di ritornare nella sua amicizia vivificante e nella comunione della Chiesa. Credo che sia importante per una degna celebrazione del vostro Giubileo fermare l’attenzione, anzi l’ammirazione, sul fatto che Cristo redentore ci ha ottenuto con la sua passione, morte e risurrezione l’inestimabile favore della remissione dei peccati: vero atto d’infinita misericordia, vero intervento della divina potenza (cf. Mc 2, 7) per la risurrezione delle anime a vita nuova. Ma è altrettanto importante ricordare che tale intervento salvifico esige sincera partecipazione ed intima collaborazione da parte dell’uomo. Per compiere una fruttuosa confessione occorrono infatti una predisposizione interiore, una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più: occorre, in una parola, una vera contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta a Dio e per la maliziosa deformità del peccato.” (Discorso del 3.3.1984, a gruppi di pellegrini diocesani http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1984/march/documents/hf_jp-ii_spe_19840303_pellegrini-diocesani.html )

Il proposito di correggersi è essenziale, nella Confessione e la Chiesa difendendo la sana dottrina che esige tale proposito per la confessione, difende il diritto dei fedeli a un vero incontro con Cristo: “L’appello alla conversione nell’Eucaristia unisce l’Eucaristia all’altro grande Sacramento dell’amore di Dio, il Sacramento della Penitenza. Ogni volta che riceviamo il Sacramento della Penitenza o Riconciliazione, riceviamo il perdono di Cristo, e noi sappiamo che questo perdono ci viene attraverso i meriti della sua morte: quella morte che celebriamo nell’Eucaristia. Nel Sacramento della Riconciliazione, siamo tutti invitati a incontrare Cristo personalmente in questo modo, e a farlo frequentemente. Questo incontro con Gesù è talmente importante che nella mia prima lettera enciclica ho scritto queste parole: “La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del Sacramento della Penitenza la pratica della confessione individuale, unita all’atto personale di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare difende il diritto particolare dell’anima umana. È il diritto ad un più personale incontro dell’uomo con Cristo crocifisso che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del Sacramento della Riconciliazione: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,5); “Va’, e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11)”. Per l’amore e la misericordia di Cristo, non c’è peccato tanto grande che non possa essere perdonato; non c’è peccatore che sarà respinto. Chiunque si pente sarà ricevuto da Gesù Cristo con perdono e immenso amore.” (Omelia, 29.9.1979 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19790929_irlanda-dublino.html )

Chiaro risulta che s. Giovanni Paolo II si riferiva alla contrizione e al proposito di cui stiamo parlando quando, al n. 84 della “Familiaris Consortio, affermò che per la riconciliazione dei divorziati risposati occorre il pentimento e quindi l'impegno di vivere in piena continenza cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).” L'impegno di cui parla qui s. Giovanni Paolo II è in realtà il proposito di cui stiamo trattando in queste pagine; il s. Pontefice polacco parla di tale impegno-proposito sia nel testo che abbiamo appena presentato sia in quello seguente: “Quantunque non si debba negare che tali persone possano ricevere, se ne ricorrano le condizioni, il sacramento della penitenza e quindi la comunione eucaristica, quando sinceramente abbracciano una forma di vita, che non contrasti con la indissolubilità del matrimonio - cioè quando l’uomo e la donna, che non possono soddisfare l’obbligo della separazione assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi, e quando non c’è motivo di scandalo - tuttavia la privazione della riconciliazione sacramentale con Dio non li distolga dalla perseveranza nella preghiera, dall’esercizio della penitenza e della carità perché possano conseguire la grazia della conversione e della salvezza.” ( Omelia del 25.10.1980, a conclusione del Sinodo sulla famiglia http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19801025_conclusione-sinodo.html )

Il proposito di confessarsi appena possibile, unito alla contrizione perfetta, è necessario per ottenere per ottenere subito il perdono dei peccati ed è altresì necessario per ricevere fruttuosamente l'assoluzione collettiva: :“Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà. Identico proponimento deve concepire il penitente che, responsabile di peccati gravi, riceve l'assoluzione collettiva, senza la previa accusa individuale dei propri peccati al confessore: tale proposito è talmente necessario che, in difetto di esso, l'assoluzione sarebbe invalida, come è detto nel can. 962 § 1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 721 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.” ( Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.1999 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html ) Che il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi sia necessario per ricevere validamente l'assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone è ribadito in quest' altrotesto del s. Papa polacco: «Affinché un fedele usufruisca validamente dell'assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(Can. 962, § 1.) b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l'esortazione che ciascuno provveda a porre l'atto di contrizione».(can. 962)” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 )

Benedetto XVI affermò “Cari giovani della Diocesi di Roma, con il Battesimo voi siete già nati a vita nuova in virtù della grazia di Dio. Poiché però questa vita nuova non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato, ci è data l’opportunità di accostarci al Sacramento della confessione. Ogni volta che lo fate con fede e devozione, l’amore e la misericordia di Dio muovono il vostro cuore, dopo un attento esame di coscienza, verso il ministro di Cristo. A lui, e così a Cristo stesso,  esprimete il dolore per i peccati commessi, con il fermo proposito di non peccare più in avvenire e con la disponibilità ad accogliere con gioia gli atti di penitenza che egli vi indica per riparare il danno causato dal peccato. Sperimentate così il “perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il ricupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenza del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano di ogni giorno” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 310). Con il lavacro penitenziale di questo Sacramento, siamo riammessi nella piena comunione con Dio e con la Chiesa, compagnia affidabile perché “sacramento universale di salvezza” (Lumen gentium, 48).” ( Omelia del 29.3.2007 http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070329_penance-youth.html )

Nel Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) ai nn. 5-6 leggiamo :“6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l'emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti.

a) Contrizione
Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia", cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l'uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ». Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione infatti deve coinvolgere l'uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo.”

Al proposito di non peccare si lega il proposito di evitare l'occasione prossima di peccato, come diciamo chiaramente nell'atto di dolore, infatti è un grave precetto naturale evitare l'occasione prossima volontaria di peccato mortale si vedano in particolare su questo punto i testi di Papa Alessandro VII ( Denz.- Hün 2061) e di Papa Innocenzo XI ( Denz.- Hün 2161, 2162, 2163).

Nell' Atto di dolore riaffermiamo proprio la necessaria fuga dalle occasioni prossime di peccato allorché diciamo: “ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di peccato.”

Il Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni e approfondimenti riguardo a ciò che abbiamo detto finora:

“5. - Del proponimento.

731. In che consiste il proponimento?

Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

732. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono?

Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.

733. Che cosa vuoi dire: proponimento assoluto?

Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.

734. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale?

Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.

735. Che cosa vuoi dire: il proponimento deve essere efficace?

Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.

736. Che s'intende per abito cattivo?

Per abito cattivo s'intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.

737. Che cosa si deve fare per correggere gli abiti cattivi?

Per correggere gli abiti cattivi dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone.

738. Che cosa s'intende per occasioni pericolose di peccare?

Per occasioni pericolose di peccare s'intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato.

739. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose?

Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d'ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.

740. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato?

Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.

741. Quali considerazioni servono per fare il proponimento?

Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Do e di amare la sua infinità bontà.”

( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

Il card. Muller ha detto in una recente intervista pubblicata dal Timone ( mensile “Il Timone”, febbraio 2017): “ … Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante .... Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l'accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza.” http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Ancora dalla sua intervista rilasciata al Timone mi pare importante sottolineare la risposta che il card. Muller ha dato circa l'attuale validità della norma della Familiaris Consortio che afferma come necessario il proposito della continenza per le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi ma vogliono accostarsi ai Sacramenti:
“Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell'enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell'intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l'evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio.”
http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Lo stesso cardinale Muller ha rilasciato una intervista apparsa sul giornale “Il Foglio” il 21.7.2017 nella quale, alla pagina 4, afferma tra l'altro che “ ... chi vuole ricevere la Comunione e si trova in stato di peccato mortale deve prima ricevere il sacramento della Riconciliazione che consiste nella contrizione del cuore, nel proposito di non peccare più, nella confessione dei peccati e nella convinzione di agire secondo la volontà di Dio. E nessuno può modificare questo ordine sacramentale che è stato fissato da Gesù Cristo.”

S. Alfonso M. de' Liguori spiega nelle sue opere che “ Tre sono le condizioni del vero proposito per la Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. …. ”( S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM )

 

5) Se manca la contrizione, nel penitente, l' assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi!

Occorre notare l'importanza fondamentale di quello che stiamo dicendo perché se manca la contrizione, che è parte della Confessione, la Confessione è invalida. Nella enciclica Dominum et Vivificantem di s. Giovanni Paolo II troviamo scritto al n. 42 :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell'Antica e della Nuova Alleanza.” ( https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

Nella stessa Enciclica, Dominum et Vivificantem, al n. 46 il santo Pontefice polacco fa altre , fortissime, affermazioni su questo tema: “«Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato».

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d'Aquino che si tratta di un peccato: «irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati». Secondo una tale esegesi la «bestemmia» non consiste propriamente nell'offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all'uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l'uomo rifiuta quel «convincere quanto al peccato», che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la «venuta» del consolatore - quella «venuta» che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che «purifica la coscienza dalle opere morte». Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle «opere morte», nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l'intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa «non-remissione» è legata, come a sua causa, alla «non penitenza», cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono «sempre» aperte nell'economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo.” In un illuminante testo del s. Papa polacco possiamo leggere :“Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà. Identico proponimento deve concepire il penitente che, responsabile di peccati gravi, riceve l'assoluzione collettiva, senza la previa accusa individuale dei propri peccati al confessore: tale proposito è talmente necessario che, in difetto di esso, l'assoluzione sarebbe invalida, come è detto nel can. 962 § 1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 721 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.” ( Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.199 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html )

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma al n. 689 “ Delle parli del sacramento della Penitenza qual'è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015 e che potete trovare a questo indirizzo ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html ) possiamo leggere quanto segue: “In assenza della conversione/metanoia, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento, poiché: «dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza» (RP 6).” … senza la conversione e quindi senza la contrizione i frutti del Sacramento vengono meno! … e il penitente rimane nel suo peccato!! La conversione e quindi la conversione del penitente, come spiega il documento appena citato della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, è elemento di tale straordinaria importanza che non solo è il principale tra gli atti del penitente ma è elemento unificante tutti gli atti del penitente stesso costitutivi del Sacramento : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”

Il card. Muller ha detto in una recente intervista pubblicata dal Timone ( mensile “Il Timone”, febbraio 2017): “ … Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante .... Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l'accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza.” http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Ancora dalla sua intervista rilasciata al Timone mi pare importante sottolineare la risposta che il card. Muller ha dato circa l'attuale validità della norma della Familiaris Consortio che afferma come necessario il proposito della continenza per le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi ma vogliono accostarsi ai Sacramenti:
“Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell'enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell'intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l'evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio.”
http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Nella Riconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha detto a questo riguardo: “Ma l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l'anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l'uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c).” Senza la contrizione per i peccati commessi la Confessione è invalida … e la penitenza non è vera … la persona non contrita infatti non è pentita dei suoi peccati, come dice s. Giovanni Paolo II “ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

S. Alf